23 LUGLIO 2026

Massima pericolosità incendi a luglio: cosa dicono gli incendi boschivi in Piemonte

Massima pericolosità incendi in Piemonte dall’8 luglio: cosa significa, quali sono i divieti e perché il fenomeno è anomalo in estate.

AREA GEOGRAFICA:
PIEMONTE

 

Dall’8 luglio 2026 il Piemonte si trova in stato di massima pericolosità per gli incendi boschivi, il livello di allerta più elevato previsto dalla normativa regionale. Lo ha dichiarato la Regione Piemonte, ai sensi dell’articolo 4 della Legge regionale 15/2018. Il provvedimento risponde a una combinazione di fattori: temperature elevate e in ulteriore rialzo, prolungata scarsità di precipitazioni e una serie di roghi già attivi sul territorio regionale. Con l’entrata in vigore dello stato di massima pericolosità scattano divieti specifici e sanzioni per i comportamenti a rischio di innesco.

Molto spesso, articoli come questo si fermano alla constatazione sensazionalistica del fenomeno, senza indagare le cause che lo rendono possibile: un incendio si estingue (potenzialmente) in poche ore; le condizioni che lo rendono possibile maturano in anni, tra dinamiche climatiche e scelte deliberate di gestione del territorio. C’è però un dato che merita attenzione prima di ogni altro: in Piemonte lo stato di massima pericolosità scatta storicamente a fine inverno, tra febbraio e marzo, quando siccità pregressa e vento forte creano le condizioni per il maggior numero di eventi. Trovarlo dichiarato a luglio rappresenta un’anomalia. Comprendere cosa comporta questo livello di allerta, e le cause per cui quest’anno si presenti in modo anomalo durante il periodo estivo, significa spostare lo sguardo a monte del fenomeno e domandarci se siamo davvero pronti ai veloci cambiamenti in atto.

Cosa significa “stato di massima pericolosità”

Lo stato di massima pericolosità è un istituto giuridico preciso. Lo dichiara il Settore regionale competente per materia attraverso una determinazione dirigenziale, ai sensi dell’articolo 4 della Legge regionale 15/2018; il presupposto tecnico è il bollettino di previsione del pericolo di incendi boschivi, emesso quotidianamente dal Centro funzionale di Arpa Piemonte (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale). Il bollettino misura la probabilità di innesco, più che gli incendi in corso: incrocia parametri meteorologici (temperatura, umidità relativa, ventosità, deficit di precipitazioni) con le caratteristiche della copertura vegetale, e restituisce un indice di pericolo su base previsionale. Quando l’indice supera stabilmente le soglie critiche, la Regione formalizza lo stato di massima pericolosità. La durata resta aperta: il provvedimento vale fino a successiva determinazione, subordinata al calo delle temperature e al ritorno delle precipitazioni.

Sul piano operativo, il provvedimento attiva un regime di divieti nella fascia dei cento metri dai terreni boscati, arbustivi e pascolivi. In quell’area restano interdette tutte le azioni che possano innescare un incendio anche solo in via potenziale: accendere fuochi, far brillare mine, usare apparecchi a fiamma o elettrici per il taglio dei metalli, impiegare apparecchiature che producano faville o brace, fumare o disperdere mozziconi e fiammiferi accesi, lasciare veicoli a motore incustoditi a contatto con vegetazione combustibile. Vale inoltre il divieto generale di ogni fiamma libera incontrollabile nel tempo e nello spazio, comprese le lanterne volanti.

A questi si aggiunge un divieto di fonte statale, che opera a prescindere dalla distanza dai boschi: la combustione di residui vegetali agricoli e forestali, sempre proibita nei periodi di massimo rischio ai sensi dell’articolo 182, comma 6-bis, del Decreto legislativo 152/2006. L’apparato sanzionatorio combina la disciplina regionale con quella statale della Legge 353/2000, la legge quadro in materia di incendi boschivi: le violazioni sui divieti relativi alle fiamme libere e alla distanza dai boschi ricadono nelle fattispecie più gravi previste da quest’ultima.

La logica di fondo merita di essere esplicitata, perché resta poco intuitiva. Il provvedimento agisce sulle condizioni che rendono probabile l’innesco, più che sull’incendio come evento. Si tratta di una misura di riduzione della probabilità, calibrata sulla sola variabile che il sistema può governare nel breve periodo: il comportamento umano. Sulle altre due, il clima e lo stato del bosco, l’orizzonte di intervento è più lungo. Ed è precisamente qui che la questione si allarga.

Perché il Piemonte brucia d’estate

Un incendio ha bisogno di tre elementi per esistere, secondo il cosiddetto “triangolo dell’incendio”: un combustibile, condizioni ambientali favorevoli e un innesco. La dichiarazione regionale agisce sul primo, come si è visto; ma la ragione per cui il Piemonte si ritrova esposto va cercata (anche) negli altri due, che maturano su tempi ben più ampi di quelli di una singola stagione.

Partiamo col primo dei tre elementi del triangolo: il combustibile, anzitutto. Il Piemonte è una regione ampiamente forestata: secondo la Carta Forestale regionale, i boschi coprono circa il 38% della superficie complessiva, una quota più che raddoppiata rispetto ai dati dell’Unità d’Italia. La crescita, però, racconta qualcosa di meno rassicurante di quanto sembri. Buona parte di questa espansione deriva dalla colonizzazione spontanea di pascoli e coltivi abbandonati a partire dal secondo dopoguerra, quando lo spopolamento delle terre alte ha lasciato che il bosco riconquistasse il territorio da sé.

Il punto, però, non è la superficie in sé: è la sua composizione e il suo stato colturale. In Piemonte la maggior parte degli incendi interessa i castagneti, semplicemente perché il castagno è la specie più diffusa; le criticità maggiori si concentrano altrove. Anzitutto nelle pinete di pino silvestre, dove la bassa redditività ha prodotto abbandono, popolamenti monospecifici capaci di alimentare incendi di grande estensione, e un deperimento sempre più accentuato per effetto del cambiamento climatico. Poi nei rimboschimenti, in particolare di pino nero, spesso collocati fuori stazione, cioè in condizioni ecologiche non corrispondenti a quelle di riferimento della specie, e scarsamente gestiti. Infine negli stessi castagneti che, privi di gestione, vanno incontro a collasso strutturale e generano necromassa in quantità elevata, con incendi che diventano difficili da estinguere, come mostra il caso del Monte Bracco. La variabile decisiva, quindi, è l’assenza di gestione, non l’avanzata del bosco. E poiché il 72% dei boschi piemontesi si trova in montagna, questa massa vegetale si distribuisce proprio là dove l’accesso dei mezzi di soppressione diventa più arduo.

Poi intervengono le condizioni ambientali favorevoli, dettate macroscopicamente dalla crisi climatica, che comporta (e comporterà) sempre più ondate di calore di intensità e durata sempre più prolungate, precipitazioni concentrate e sempre più rare nei mesi caldi, periodi di siccità che disseccano la vegetazione e la rendono pronta a bruciare: sono le condizioni descritte dalla stessa Regione Piemonte a fondamento del provvedimento dell’8 luglio. La crisi climatica, da sola, non è sufficiente a determinare incendi, ma rende più probabile che un innesco qualunque diventi un rogo esteso. Agisce, per usare il lessico tecnico, come moltiplicatore del rischio: un fattore che non innesca il fenomeno, ma ne amplifica intensità e probabilità agendo su condizioni già presenti. È in questa cornice che si spiega lo slittamento stagionale: il periodo storicamente più critico per il Piemonte è il tardo inverno, ma le condizioni favorevoli si stanno estendendo a finestre temporali che fino a poco tempo fa restavano marginali.

Ed ecco il terzo ed ultimo elemento: l’innesco, il fattore vero e proprio che avvia la combustione, quella fonte di calore che, incontrando un combustibile in condizioni favorevoli, dà origine all’incendio. Gli inneschi di origine umana, in Italia, sono stati per ora ampiamente maggioritari: distrazione, imprudenza, dolo. È la ragione per cui i divieti dello stato di massima pericolosità si concentrano sui comportamenti, che restano l’unico anello della catena su cui una norma può incidere nell’immediato.

Ma per i recenti incendi di Cravagliana e Valprato Soana, non sembra che l’innesco sia dovuto all’errore umano: si pensa infatti sia stato provocato da un fulmine. Questo suggerisce che gli incendi originati da cause non antropiche potrebbero essere in aumento, anche in conseguenza degli effetti del cambiamento climatico. Pertanto, se siamo sempre stati abituati a concentrarci su una fitta regolamentazione per prevenire fonti di innesco, ormai ciò potrebbe non essere più sufficiente: un fulmine non può essere regolamentato, e un innesco troverà sempre, prima o poi, la sua occasione.

La domanda che conta, allora, si sposta: se gli effetti del cambiamento climatico sono affrontabili solo su un orizzonte di lungo periodo, se le fonti di innesco sfuggono al nostro controllo, se gli incendi stanno cambiando e lo stanno facendo molto velocemente, il territorio e soprattutto noi, siamo davvero pronti?

Bisogna agire sull’unico elemento del triangolo sotto il nostro controllo: prevenire l’accumulo sconsiderato di combustibile in bosco. Ma come si fa?

Intervenire si può, ma si fa a monte

L’antincendio efficace consiste nella gestione forestale condotta a monte, prima di qualsiasi allerta. La capacità di soppressione di incendi permane come fattore indispensabile, ma da sola non permette di affrontare il problema efficacemente: interviene su un problema già maturo.

La prevenzione permette di lavorare sull’unico dei tre elementi del triangolo che si lascia governare in modo stabile nel tempo: il combustibile. Sul clima non si incide nell’arco di una stagione (e la battaglia contro la crisi climatica appare molto lunga); sull’innesco si può agire solo per via di divieti e di comportamenti, con tutti i limiti di una norma che insegue milioni di gesti individuali. Sul combustibile, invece, si può intervenire. Concretamente e in anticipo.

La competenza in materia spetta alla Regione: la legge quadro 353/2000 le assegna il coordinamento della pianificazione, della previsione, della prevenzione e della lotta attiva. La Regione Piemonte figura tra le realtà più impegnate in questa direzione e riconosce esplicitamente il ruolo degli interventi selvicolturali, che riducono l’infiammabilità del bosco e ne migliorano composizione, stabilità e resilienza, sottolineando come un bosco valorizzato e gestito in modo continuativo bruci con maggiore difficoltà. La pianificazione antincendio regionale si muove in questa direzione. Resta però una questione di scala: la superficie forestale piemontese è ampia, frammentata e in larga parte privata, e nessuna programmazione pubblica può sostituirsi alla gestione ordinaria di chi il bosco lo possiede. La prevenzione funziona se la Regione la pianifica e i proprietari la praticano.

Un soprassuolo gestito, cioè l’insieme degli alberi che coprono una data superficie, oppone al fuoco una maggiore resistenza strutturale. Gli interventi di selvicoltura preventiva agiscono su tre variabili del complesso dei combustibili: il carico, ovvero la massa di materiale vegetale disponibile alla combustione per unità di superficie, la sua distribuzione nello spazio e la continuità tra gli strati della vegetazione.

Interventi mirati riducono la densità dei fusti e il volume del popolamento; la rimozione della necromassa più infiammabile, cioè il materiale vegetale morto come rami secchi, foglie e tronchi a terra, abbatte il carico al suolo. L’interruzione della continuità verticale, cioè dei ponti di combustibile che collegano lo strato erbaceo e arbustivo alle chiome degli alberi, limita il passaggio dal fuoco di superficie all’incendio di chioma, la tipologia più intensa e difficile da contrastare. Sul piano orizzontale, il mantenimento di aperture e discontinuità nel soprassuolo riduce la velocità di avanzamento dell’incendio. Sono operazioni dimensionate in funzione del comportamento previsto del fuoco, e rappresentano la forma di prevenzione diretta più efficace, sebbene troppo poco diffusa.

L’efficacia di questi interventi si misura in una grandezza controintuitiva: l’evento evitato. Il ritorno di un trattamento preventivo si esprime come riduzione attesa dell’estensione e dell’intensità degli incendi, variabili che si apprezzano su base statistica e in modo differito, non nell’immediatezza del singolo evento. È la ragione per cui la selvicoltura preventiva, pur essendo la misura a maggior efficacia (ed efficienza) sul lungo periodo, viene percepita come “accessoria” rispetto alla capacità di soppressione, che agisce sull’emergenza in corso ed è perciò più riconoscibile.

Perché, allora, il bosco resta abbandonato?

Se la selvicoltura preventiva è la misura più efficace, la domanda diventa inevitabile: perché non si fa? Le ragioni sono strutturali e note. La prima è la frammentazione fondiaria: la proprietà forestale piemontese è suddivisa in particelle di dimensioni ridotte, spesso di poche migliaia di metri quadrati, distribuite tra un numero elevatissimo di proprietari. Su una superficie di quella scala nessun intervento selvicolturale è sostenibile sul piano economico, perché i costi fissi di cantiere eccedono qualsiasi ritorno. La seconda è l’abbandono: molti proprietari non risiedono più sul territorio, in alcuni casi ignorano l’ubicazione esatta dei propri mappali, e la successione ereditaria moltiplica le quote fino a rendere impraticabile qualsiasi decisione condivisa. La terza è la redditività: in assenza di una filiera che valorizzi il prodotto, l’intervento resta esclusivamente un costo, e un intervento in perdita non si sostiene nel tempo.

Il risultato è un bosco che nessuno gestisce non per scelta, ma per impossibilità pratica. La leva su cui agire, allora, è l’aggregazione della proprietà: ricomporre superfici sufficientemente ampie da rendere l’intervento tecnicamente ed economicamente possibile. È la funzione delle Associazioni Fondiarie (ASFO), strumenti che consentono ai proprietari di conferire i propri terreni a una gestione unitaria mantenendone la titolarità, e che permettono di riportare in gestione superfici altrimenti inerti. Accanto ad esse operano i consorzi forestali e le forme associate di gestione, che perseguono lo stesso obiettivo di scala.

Restiamo vicini al territorio

Lo stato di massima pericolosità dichiarato per l’estate 2026 cesserà con il calo delle temperature e il ritorno delle piogge. Le condizioni che lo hanno reso necessario, invece, restano: un territorio ampiamente boscato, in buona parte cresciuto senza gestione, esposto a estati sempre più calde e siccitose. La stessa domanda tornerà, e con ogni probabilità tornerà prima del previsto.

La risposta si costruisce fuori dall’emergenza, nei mesi in cui del fuoco non si parla. È il lavoro che noi di Walden portiamo avanti: pianificazione territoriale e gestione sostenibile dei boschi, perché un patrimonio curato resti una risorsa invece di diventare un rischio.

Se amministri un comune, gestisci un’area boscata o rappresenti un ente del territorio, puoi scoprire i progetti che Walden realizza sul territorio e contattarci per valutare un percorso adatto al tuo contesto. Per restare aggiornato sui temi della gestione forestale e della sostenibilità, puoi seguire il blog di Walden.

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