4 DICEMBRE 2025

Decreto Crediti di carbonio: buone notizie e domande aperte

AREA GEOGRAFICA:
ITALIA

Un mercato in evoluzione

Negli ultimi anni il mercato volontario dei crediti di carbonio è stato al centro di numerose critiche e “intoppi” che hanno portato a una forte spinta verso la definizione di standard più rigorosi e trasparenti. In questo contesto, lo scorso ottobre l’Italia ha compiuto un passo decisivo con l’introduzione delle Linee guida volte a individuare i criteri per l’attuazione del registro pubblico dei crediti di carbonio generati su base volontaria dal settore agricolo e forestale nazionale – Sezione forestale, che definiscono caratteristiche, criteri di ammissibilità e requisiti tecnici dei progetti, promuovendo un modello più strutturato e trasparente.

 

L’articolo analizza che cosa prevede il nuovo decreto, quale ruolo assume per il mercato dei crediti di carbonio e come potrebbe influenzare lo sviluppo di progetti forestali e di tutela della biodiversità in Italia. Presentiamo anche la nostra valutazione del quadro normativo, evidenziando aspetti promettenti e questioni che meritano ulteriori approfondimenti.

Crediti di carbonio: contesto, criticità
ed evoluzioni

Che cos’è un credito di carbonio e quali mercati esistono

In termini semplici, un credito di carbonio è un certificato che rappresenta una tonnellata di CO₂ equivalente che non è stata emessa oppure che è stata rimossa dall’atmosfera grazie a un progetto specifico.
Perché quel titolo possa essere considerato un credito di qualità e non solo un numero su carta, serve una metodologia riconosciuta, verifiche indipendenti e un monitoraggio trasparente.

Esistono due grandi mercati:

  • mercato obbligatorio: è regolato per legge e riguarda i grandi emettitori (industrie energivore, compagnie energetiche, aviazione). In Europa lo strumento principale è l’EU ETS, il sistema di scambio di quote di emissione: le imprese ricevono o acquistano “permessi” a emettere CO₂ e devono restare entro un tetto stabilito, altrimenti pagano sanzioni;

  • mercato volontario (Voluntary Carbon Market): è aperto a imprese, enti pubblici e cittadini che scelgono, su base volontaria, di finanziare progetti che riducono o assorbono emissioni climalteranti. Qui rientrano molti progetti forestali, agricoli, di efficienza energetica o di energie rinnovabili. I crediti non valgono per gli obblighi europei, ma sono utilizzati per obiettivi volontari di decarbonizzazione o per iniziative di responsabilità sociale.

In teoria, il percorso corretto per un’organizzazione è: prima ridurre il più possibile le proprie emissioni con azioni interne; poi usare i crediti solo per compensare la parte “residua”, tecnicamente più difficile o più costosa da abbattere.

 

La crisi del mercato volontario: crediti “fuffa” e rischio greenwashing

Negli ultimi anni, una parte consistente del mercato volontario dei crediti di carbonio è finita sotto una lente molto critica. In particolare, un’inchiesta giornalistica condotta dal Guardian insieme ad altri media internazionali ha messo in discussione l’efficacia di molti crediti legati a progetti di protezione delle foreste tropicali (REDD+). Secondo le analisi citate dall’inchiesta, oltre il 90% dei crediti valutati nel quadro di uno dei principali standard internazionali risulterebbe sovrastimato o privo di benefici reali in termini di riduzione delle emissioni.

Il problema non riguarda solo la dimensione climatica: infatti, in alcuni casi, la creazione di progetti di offsetting ha generato conflitti sociali, contestazioni da parte delle comunità locali e accuse di violazione dei diritti territoriali.

Anche in Italia non mancano iniziative discutibili, come progetti legati a impianti di specie esotiche a crescita rapida (per esempio bambù o paulownia) utilizzati per rivendicare assorbimenti di carbonio notevoli in tempi brevi, o metodologie di calcolo degli offset poco trasparenti e realistiche. Il rischio, in questi casi, è molteplice:

  • benefici climatici molto limitati e poco duraturi, soprattutto se le piantagioni sono utilizzate a fini esclusivamente produttivi e se la biomassa viene destinata a usi di breve vita;
  • impatti negativi sulla biodiversità e sugli ecosistemi, per la possibile invasività delle specie e la scarsa capacità di questi impianti di erogare altri servizi ecosistemici (regolazione idrica, habitat per la fauna, qualità del paesaggio, ecc.).

Questa somma di criticità ha generato una forte crisi di fiducia nei confronti dei mercati volontari, con un calo di domanda, prezzi instabili e timori crescenti di greenwashing da parte delle imprese.

 

La risposta: verso standard e regole per l’integrità dei crediti

Per evitare che i crediti di carbonio si trasformino in uno strumento poco credibile, negli ultimi anni sono nati diversi percorsi di riforma che puntano a definire criteri comuni di qualità e a rendere più trasparenti sia l’offerta di crediti sia il modo in cui le imprese li utilizzano.

Un punto di riferimento centrale è l’Integrity Council for the Voluntary Carbon Market (ICVCM), che ha sviluppato i Core Carbon Principles (CCP): dieci principi scientificamente fondati che definiscono una soglia minima di qualità per i crediti scambiati nei mercati volontari, con l’obiettivo di creare un benchmark globale per i crediti “ad alta integrità”.

I CCP richiedono, tra le altre cose:

  • addizionalità dimostrabile rispetto a uno scenario di riferimento credibile;
  • quantificazione robusta e prudenziale delle riduzioni o rimozioni di emissioni;
  • monitoraggio nel tempo e verifiche indipendenti;
  • gestione strutturata del rischio (anche tramite sistemi di “buffer” per eventuali perdite di carbonio);
  • tutela dei diritti e benefici ambientali e sociali per comunità locali e biodiversità.(ICVCM)

In parallelo all’ICVCM, sul lato della domanda è nata la Voluntary Carbon Markets Integrity Initiative (VCMI), che ha pubblicato il Claims Code of Practice: un “codice di condotta” che offre alle imprese linee guida su come utilizzare i crediti di carbonio e su come formulare dichiarazioni credibili e verificabili sui propri impegni climatici. Il Codice collega l’uso dei crediti a percorsi di decarbonizzazione allineati alla scienza, richiede trasparenza sui volumi utilizzati e prevede che i crediti impiegati rispettino standard di alta integrità, come quelli definiti dall’ICVCM.

Anche a livello istituzionale si stanno definendo cornici regolatorie più chiare. L’Unione Europea ha approvato il Carbon Removal Certification Framework (CRCF), un quadro volontario di certificazione per gli assorbimenti di carbonio e il “carbon farming” nell’UE. Il CRCF introduce criteri comuni di qualità basati su quattro pilastri (quantificazione, addizionalità, durata dello stoccaggio e sostenibilità) e punta a garantire che le unità certificate siano tracciabili, verificabili da terzi e utilizzate in modo trasparente.

Infine, il Gruppo di esperti di alto livello delle Nazioni Unite sulle promesse “net zero” degli attori non statali ha pubblicato il rapporto Integrity Matters, che formula raccomandazioni specifiche per evitare pratiche di greenwashing. Tra queste, viene sottolineato che i crediti di carbonio devono essere utilizzati solo come complemento a riduzioni reali delle emissioni e, se usati nei mercati volontari, dovrebbero contribuire a una mitigazione “oltre la catena del valore” (beyond value chain mitigation), non sostituire le azioni interne necessarie per allinearsi agli obiettivi dell’Accordo di Parigi.(Nazioni Unite)

Nel loro insieme, queste iniziative costruiscono un quadro più coerente: l’ICVCM e il CRCF lavorano sulla qualità e integrità dei crediti generati, mentre VCMI e le raccomandazioni ONU puntano a rendere trasparente e credibile il modo in cui le imprese li usano e li comunicano al pubblico. L’obiettivo comune è ridurre lo spazio per operazioni opache e favorire progetti che producano benefici climatici, ambientali e sociali reali e dimostrabili.

Il Registro nazionale dei crediti di carbonio forestali: cosa prevede e quali domande apre

 

Cosa prevede il decreto sul Registro Nazionale

In Italia, un passaggio chiave è stato l’adozione, nel 2025, del decreto interministeriale MASAF–MASE che approva le Linee guida per l’attuazione del Registro pubblico dei crediti di carbonio generati su base volontaria dal settore agricolo e forestale – sezione forestale.

Il Registro sarà affidato al CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) e avrà alcuni elementi centrali:

  • riguarda crediti generati su base volontaria da progetti agroforestali realizzati in Italia;
  • richiede che i crediti siano addizionali rispetto alla normativa vigente, cioè legati a pratiche che vanno oltre gli obblighi di legge;
  • prevede che i progetti abbiano una durata di lungo periodo, almeno vent’anni, per garantire la stabilità degli assorbimenti;
  • impone la certificazione da parte di organismi terzi accreditati, in coerenza con i sistemi europei di certificazione degli assorbimenti di carbonio;
  • stabilisce che i crediti iscritti nel Registro non possano essere utilizzati nel sistema EU ETS né nello schema CORSIA per l’aviazione, ma solo nel mercato volontario nazionale.

 

La logica principale è duplice: da un lato mettere ordine in un mercato finora frammentato e poco regolato; dall’altro garantire tracciabilità e trasparenza, riducendo il rischio di doppio conteggio e di operazioni poco verificabili.

 

Il Registro funzionerà come una piattaforma digitale in cui:

  • i soggetti proponenti potranno iscrivere i progetti, dopo la validazione da parte di un ente certificatore;
  • i crediti verificati verranno registrati, trasferiti e “ritirati” (cancellati) in modo tracciabile;
  • saranno disponibili informazioni chiave sulle caratteristiche dei progetti, sul numero di crediti generati e sulla loro storia di transazioni.

 

Il Contributo del progetto LIFE Climate Positive

Nel processo che ha portato alla definizione delle linee guida, il progetto LIFE ClimatePositive, del quale siamo partner, ha contribuito in modo significativo alla costruzione del quadro nazionale, lavorando sia su aspetti di carattere normativo che tecnico.

 

In particolare, il progetto sta portando avanti diverse attività:

  • conduzione di interventi selvicolturali pilota, poi sottoposti a un protocollo sperimentale di monitoraggio finalizzato a quantificare gli assorbimenti di carbonio netti rispetto a scenari di non gestione o gestione ordinaria
  • analisi comparata dei regolamenti forestali regionali, con l’obiettivo di individuare le baseline di riferimento per le diverse categorie forestali e definire specifiche formule per il calcolo delle addizionalità e la quantificazione dei crediti di carbonio
  • costruzione di un Carbon Tool, “figlio evoluto” di quanto già sviluppato con il progetto GreenChainSAW4Life. Questo strumento online è stato sviluppato con l’obiettivo di supportare tecnici e gestori forestali nel calcolo dei crediti di carbonio generabili da attività selvicolturali carbon oriented, inserendo dati di rilievo in campo e tenendo conto della baseline di riferimento in relazione al territorio di afferenza

Buone notizie e domande aperte

Il decreto rappresenta certamente un passo significativo verso la definizione di regole chiare per il mercato volontario dei crediti di carbonio in Italia: la sua introduzione apre la strada a una maggiore trasparenza del settore e stabilisce criteri tecnici e amministrativi chiari per la definizione dei progetti. Allo stesso tempo, dall’analisi approfondita del decreto emergono alcuni elementi critici e domande aperte che meritano attenzione. Di seguito quelli che, secondo noi, sono gli aspetti più interessanti e quelli più critici:

Aspetti positivi

  • Regolamentazione delle attività ammissibili

    Il decreto definisce in modo esplicito quali interventi forestali sono idonei a generare crediti e quali non lo sono, riducendo il rischio di interpretazioni difformi o approcci incoerenti.

  • Struttura chiara per la costruzione dei progetti

    Vengono individuati elementi, fasi e requisiti necessari per la progettazione, validazione e monitoraggio dei progetti forestali, favorendo un approccio metodologico uniforme.

  • Definizione della baseline e dei criteri di addizionalità

    Il decreto stabilisce criteri tecnici precisi per determinare quando un intervento può essere considerato addizionale rispetto agli obblighi normativi, migliorando la credibilità dei crediti generati.

  • Introduzione di un registro istituzionale

    La creazione del Registro rappresenta un elemento centrale di trasparenza e controllo: garantisce la tracciabilità dei crediti e introduce un ulteriore livello di verifica da parte delle autorità pubbliche.

  • Coordinamento tra autorità nazionali e regionali

    Il decreto istituisce una forma di governance multilivello per assicurare uniformità di applicazione nelle diverse regioni e facilitare il confronto tra amministrazioni coinvolte.

Criticità e punti aperti

  • Limitazione del mercato ai soli soggetti italiani:

    La possibilità di vendere crediti solo a operatori nazionali potrebbe ostacolare la creazione di un mercato europeo pienamente integrato e limitare l’attrattività per investitori internazionali.

  • Requisiti ambientali non pienamente dettagliati:

    Pur prevedendo che i progetti non abbiano impatti negativi su biodiversità e risorse idriche, il decreto non specifica con sufficiente chiarezza quali indicatori adottare e come misurare o certificare tali impatti.

  • Utilizzo dei proventi non strutturato in modo vincolante:

    Il decreto indica che almeno il 20% degli introiti dovrebbe essere reinvestito nella gestione e tutela del patrimonio forestale, ma la formulazione lascia spazio a margini discrezionali. Questo potrebbe ridurre l’efficacia del meccanismo, soprattutto per i progetti legati alla gestione dei rischi ambientali, come quelli per la prevenzione degli incendi.

  • Tempistiche e modalità di vendita dei crediti non immediate:

    Se confermata la nostra interpretazione che prevede la prima vendita solo cinque anni dopo il primo audit, la struttura temporale degli investimenti potrebbe generare ostacoli finanziari significativi per i gestori, che si troverebbero a sostenere i costi iniziali senza ritorni a breve termine.

Conclusioni

In attesa che il Registro entri a regime, emerge un elemento sempre più evidente: per valorizzare il carbonio forestale non bastano iniziative estemporanee e superficiali. Servono progetti strutturati, con una visione di lungo periodo e capaci di integrare gli aspetti ambientali, economici e sociali della gestione forestale. I crediti di carbonio possono rappresentare una leva utile per finanziare la gestione attiva dei boschi, ma se utilizzati in modo isolato rischiano di produrre effetti controproducenti: senza una visione che permetta una valorizzazione equilibrata anche degli altri prodotti forestali, come il legname, e delle funzioni turistiche, culturali e sociali delle foreste, il rischio è di costruire iniziative che non migliorano realmente la gestione del territorio e che sono deboli anche dal punto di vista economico e finanziario. Per questo motivo, prima di intraprendere un percorso di questo tipo è fondamentale valutare vantaggi, limiti e condizioni di sostenibilità di ogni contesto specifico, affidandosi a figure con competenze tecniche e gestionali consolidate.

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