9 SETTEMBRE 2026
Il bosco che restituisce l’acqua alla falda: perché il Piemonte ha bisogno delle Aree Forestali di Infiltrazione
AREA GEOGRAFICA:
Cuneo
La falda acquifera, da cui dipendono l’agricoltura e, più in generale, la tenuta del territorio nei mesi più caldi, si sta abbassando a un ritmo sconcertante: in Piemonte il livello medio scende di circa 4,32 centimetri all’anno, e la siccità del 2022 è stata la più grave degli ultimi settant’anni nel bacino del Po, con oltre 200 comuni piemontesi costretti al razionamento idrico.
Esiste, però, una risposta a questo problema: un intervento che facilita l’infiltrazione dell’acqua nel suolo, fino alla falda: le Aree Forestali di Infiltrazione (AFI), una tecnica di ricarica controllata della falda già collaudata in Italia e, applicabile anche nell’alta pianura piemontese. La domanda, a questo punto, si pone da sé: a quando le AFI in Piemonte?
Cosa sono le Aree Forestali di Infiltrazione
Le Aree Forestali di Infiltrazione partono da un’inversione di prospettiva rispetto al modo consueto di gestire l’acqua in agricoltura: invece di limitarsi a prelevarla e distribuirla ai campi, un’AFI, tramite trincee drenanti, ne dirotta una parte verso il basso, nel sottosuolo, verso la falda acquifera. Il principio generale si chiama, a livello internazionale, Managed Aquifer Recharge (MAR), e indica l’insieme delle tecniche per ricaricare artificialmente le falde; le AFI ne sono la variante forestale, quella in cui alle consuete opere idrauliche di derivazione e distribuzione si affianca un bosco vero e proprio, piantato appositamente lungo il percorso dell’acqua.
Il funzionamento segue una logica piuttosto semplice e lineare: tra settembre e aprile, quando i canali irrigui trasportano più acqua di quanta l’agricoltura richieda, l’eccedenza viene derivata e distribuita in una rete di scoline scavate tra i filari degli alberi; da lì filtra nel terreno e raggiunge la falda sottostante, alzandone gradualmente il livello.
Nei suoli più permeabili (come, ad esempio, quelli ghiaiosi e sabbiosi della pianura cuneese), un solo ettaro di AFI può potenzialmente restituire alla falda fino a circa un milione di metri cubi d’acqua all’anno.
Ma a cosa serve il bosco? Non per fini estetici: la chioma degli alberi ombreggia le scoline e il terreno circostante, rallentando l’evaporazione dell’acqua prima che riesca a infiltrarsi. Sottoterra, invece, l’apparato radicale delle specie arboree e arbustive lavora il terreno in profondità, aumentandone la porosità e favorendo la percolazione dell’acqua verso la falda.
Inoltre, una trincea di infiltrazione senza vegetazione fa infiltrare acqua e nient’altro; un bosco, occupando la medesima area, permette la coesistenza (efficiente) di più funzioni insieme:
Abbassa la temperatura dell’area in cui cresce, offre habitat alla fauna locale e, trattandosi di superficie forestale a tutti gli effetti, la sua crescita può essere misurata nel tempo e convertita in crediti di carbonio, un valore che si somma a quello idrico senza occupare un metro quadro aggiuntivo.
Una tecnologia già collaudata (e finanziata dall’Unione Europea)
In Veneto, nell’alta pianura vicentina, il sistema è stato sperimentato a partire dal 2007 dal Consorzio di Bonifica Brenta insieme a Veneto Agricoltura, con un percorso che ha portato alla realizzazione di sette impianti dimostrativi. I due più recenti, a Schiavon e Carmignano, sono nati all’interno del progetto europeo LIFE AQUOR, finanziato dal programma LIFE+ dell’Unione Europea tra il 2011 e il 2015: una prova, già in partenza, che l’Europa considerava questa tecnica meritevole di investimento pubblico ben prima che diventasse un argomento da titolo di giornale.
A Schiavon, nella prima stagione di funzionamento tra ottobre 2013 e febbraio 2014, l’impianto ha infiltrato circa 235.000 metri cubi d’acqua in 148 giorni di attività, attraverso nove scoline lunghe circa 163 metri, affiancate da filari di platano e frassino. A Carmignano il sistema, organizzato in una configurazione in serie di due impianti collegati, ha mostrato una capacità infiltrante ancora più elevata nel primo periodo di esercizio.
Se il caso veneto dimostra che la tecnica funziona per aumentare la quantità d’acqua in falda, un caso sardo dimostra qualcosa di altrettanto interessante: Ad Arborea, in Sardegna, dove l’agricoltura intensiva ha portato a una forte contaminazione da nitrati delle falde, l’Università di Sassari ha realizzato un sistema analogo nell’ambito del progetto europeo MENAWARA, finanziato dal programma ENI CBC MED.
Qui l’acqua da infiltrare arriva da un impianto di drenaggio agricolo particolarmente inquinato, con una qualità di partenza piuttosto bassa; per questo, sul fondo delle trincee di ricarica, è stato inserito un sistema di trattamento passivo composto da materiali inerti e organici, cippato di eucalipto in primo luogo, che favorisce la denitrificazione batterica prima ancora che l’acqua raggiunga la falda, col fine di purificare l’acqua. A completare il lavoro, nel tempo, contribuiscono anche le radici di pioppo ed eucalipto piantati lungo le trincee, che ospitano nella rizosfera i batteri responsabili dell’abbattimento dei nitrati.
Il Cuneese ha la geologia giusta, e ha già fatto il primo passo
Se i casi di Veneto e Sardegna dimostrano l’attendibilità tecnica, resta da capire l’applicabilità al nostro contesto. Larghe porzioni del Piemonte posseggono infatti la conformazione geologica che rende le AFI non solo praticabili, ma particolarmente efficaci: un materasso alluvionale ghiaioso e sabbioso, con una permeabilità paragonabile a quella dei siti veneti già collaudati. Inoltre, a rendere il territorio Piemontese adatto alle AFI è la presenza della fascia dei fontanili, quella zona di transizione in cui la falda risale fino a intersecare il piano campagna, permettendo all’acqua immessa di raggiungere la riserva sotterranea con un percorso più breve e diretto.
Qualcosa in Provincia di Cuneo si sta già muovendo, sebbene ancora in fase sperimentale. Dal 2023 è attivo il progetto Se.Te., acronimo di Siccità e Territorio, finanziato dal programma di cooperazione transfrontaliera Interreg ALCOTRA Italia Francia 2021 2027 e condotto dalla Provincia di Cuneo insieme al Politecnico di Torino. L’obiettivo dichiarato è studiare, attraverso tre siti pilota, la fattibilità della ricarica controllata degli acquiferi (Managed Aquifer Recharge) sul territorio cuneese.
I tre siti coinvolti sono Beinette, nell’area dei Fontanili dei Paschi; Cuneo-Morozzo-Castelletto Stura, legato ai fontanili Trucchi-Tetti Pesio; e Centallo-Tarantasca, nella zona dei fontanili dei Sagnassi. A Beinette è già attiva la prima infrastruttura di ricarica controllata realizzata nell’ambito del progetto. A Centallo i lavori sono nella fase di caratterizzazione del sottosuolo: sono stati eseguiti nove sondaggi geognostici, tre a carotaggio continuo e sei a rotazione con distruzione di nucleo, e in ciascun foro è stato installato un piezometro per monitorare nel tempo i livelli della falda.
A quando un piano per le AFI in Piemonte?
La domanda con cui si è aperto questo articolo, trova una risposta parziale ma concreta: un primo passo è già stato mosso con il progetto Se.Te., ma la siccità avanza sempre più rapida ed è necessario correre ai ripari al più presto: tre siti non sono sufficienti a frenarla.
Quello che manca non è la tecnica, già collaudata da anni in Veneto e in Sardegna e finanziata più volte dall’Unione Europea, e non è nemmeno il territorio, che ha la geologia giusta e una crisi idrica che non lascia molto tempo per aspettare: serve solo la volontà di passare dalla sperimentazione a una serie di interventi capillari lungo il territorio.
Se rappresenti una fondazione, un ente pubblico o un’impresa interessata a investire in un progetti come questo, contattaci: ti mostriamo il nostro modello, con impatti misurabili su acqua, biodiversità e carbonio.
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