9 OTTOBRE 2026
Città spugna: cosa sono e perché servono ai nostri territori
Le città spugna assorbono l’acqua in caso di piogge estreme e la rilasciano durante la siccità. Scopri come funzionano e perché convengono agli enti pubblici.
Cosa sono le città spugna?
Le infrastrutture di cui ci siamo dotati, ideate rispetto a un clima ormai stravolto, risultano inadeguate a fronteggiare eventi dai risvolti drastici, come piogge estreme o periodi di lunga siccità, ormai divenuti ordinari: risulta pertanto imprescindibile gestire l’acqua ripensando alle nostre infrastrutture. Per questo scopo ci vengono in soccorso le città spugna, un nuovo modo, tutto dal mind-set asiatico, di concepire le nostre città, rendendole capaci di ridirigere e assorbire l’acqua nei momenti di precipitazione intensa e di rilasciarla quando impellente, nei momenti di siccità e caldo estremo, attenuandone gli effetti.
Sembra straordinario, ma allora perché non siamo circondati da città spugna? In questo articolo ripercorreremo l’incredibile storia delle città spugna e le opportunità che offrono, illustrando come funzionino e perché sono così necessarie oggi.
Le Origini
Stai camminando sul bordo della risaia, nei pressi del tuo villaggio. Piove, è la stagione dei monsoni, e tutto d’un tratto l’acqua si alza, diviene corrente e ti trascina via. L’impeto dell’acqua scura non ti dà tregua, provi a divincolarti dalle infinite mani che ti portano verso il basso: tutto sembra perso, ma, d’un tratto, un salice appare alle tue spalle tra il vorticoso flusso del torrente e, con un ultimo estenuante colpo di reni, riesci ad aggrapparti alla sua chioma, salvandoti da morte certa.
Questa è la storia d’infanzia di Kongjian Yu, fondatore del concetto di città spugna, paesaggista formatosi ad Harvard, raccontata in un’intervista al Centre for Water Research nel luglio 2025.
Yu spiega bensì che quell’episodio traumatico, in cui un elemento naturale gli salvò la vita, contribuì alla concettualizzazione delle città spugna, ma anche che nacque anche in risposta a un contesto di urbanizzazione fulminea e sfrenata:
In Cina, nel 1980, la popolazione urbana era pari al 19,6% del totale, ma già nel 1990 era salita al 27,4%, nel 2000 al 35,8% e nel 2005 al 42,9%. In pochi decenni il mondo agreste in cui Yu era cresciuto è scomparso, e le città cinesi si sono riempite di infrastrutture idrauliche copiate dai modelli occidentali. Erano infrastrutture pensate per climi temperati, con piogge regolari, e in Cina, dove i monsoni portano piogge estive intensissime, risultavano poco efficienti e pericolose.
Yu iniziò a maturare l’idea di un’alternativa a metà degli anni Novanta, proponendo di integrare zone umide e piane alluvionali nella forma urbana. Nel 1998 introdusse il concetto dei security patterns, con fiumi e zone umide pensati come infrastruttura di sicurezza, e nel 2000 progettò il Parco del Cantiere Navale di Zhongshan, rimuovendo il cemento dagli argini e ripristinando la vegetazione autoctona.
Poi arrivò il disastro. Le inondazioni di Pechino del 2012 causarono 79 morti e portarono la gestione delle acque piovane sull’agenda nazionale: dal 2013 le città spugna diventano una questione strategica nazionale, e nel 2015 il Consiglio di Stato emanò le linee guida ufficiali, con l’obiettivo di raccogliere e usare il 70% delle precipitazioni dove cadono, sull’80% delle aree edificate cinesi entro il 2030.
Il Funzionamento
Ma come si configura nel concreto una città spugna? In cosa consiste? Una città spugna non è un’opera unica, ma un insieme di piccoli interventi diffusi, i quali agiscono in sinergia per intercettare l’acqua piovana, secondo sei principi (così definiti da Yu): infiltrazione, detenzione, accumulo, depurazione, riuso e scarico controllato dell’acqua piovana.
Le tecniche più diffuse sono poche e replicabili:
- Le celle di bioritenzione, note anche come rain garden, sono bacini vegetati poco profondi che filtrano gli inquinanti e favoriscono l’infiltrazione grazie a un substrato ingegnerizzato.
- I canali erbosi, o swale, sostituiscono le tubature con solchi vegetati che rallentano e puliscono l’acqua mentre scorre in superficie.
- Le pavimentazioni drenanti lasciano filtrare l’acqua nel terreno invece di farla scorrere sull’asfalto.
- I tetti verdi trattengono parte della pioggia prima che raggiunga il suolo.
- Stagni e parchi inondabili, infine, accumulano temporaneamente i picchi di piena per poi rilasciarli lentamente.
Gli interventi operano a scale diverse. Yu ha sviluppato i cosiddetti Life Cells, moduli di stagni, terrazze e zone umide che funzionano come infrastruttura verde a più livelli, dalla singola strada fino al territorio.
Le città spugna non eliminano gli allagamenti: ritardano e riducono il picco di piena entro una soglia stabilita in fase di progetto, di solito una pioggia con tempo di ritorno di circa trent’anni. Oltre quella soglia, come dimostrato dall’alluvione di Zhengzhou del 2021, che con 202 mm di pioggia in un’ora causò 339 vittime, il sistema può comunque cedere. Lo stesso Yu riconosce che per il rischio più estremo servono anche le difese tradizionali.
Col tempo, il concetto di città spugna si è ampliato, e ha iniziato a inglobare anche la finalità di contrastare il caldo torrido, oltre ad avere un fine di sicurezza. In un articolo pubblicato dall’American Society of Landscape Architects, Yu ha spiegato che l’azione per il clima ha ampiamente trascurato il ciclo dell’acqua ormai destabilizzato: la città spugna affronta allagamenti urbani, caldo estremo, incendi boschivi e perdita di biodiversità, ma la crisi richiede una risposta a scala planetaria, quella che lui stesso ha chiamato Sponge Planet, pianeta spugna.
La situazione in Europa
Se è vero che il nostro clima differisce da quello monsonico cinese, è anche vero che la crisi climatica sta rendendo fenomeni atmosferici estremi, una volta rari e localizzati, sempre più consueti e diffusi.
Ad esempio, uno studio dell’Università Statale di Milano, che ha analizzato i dati orari sulle precipitazioni tra il 1986 e il 2022, mostra che gli eventi di pioggia oraria molto intensa sono aumentati, complessivamente, di circa il 30% in Italia negli ultimi tre decenni.
A questi si alternano periodi di lunga siccità. Secondo i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), tra il 2001 e il 2020 la durata dei periodi di siccità in Italia è aumentata del 34% rispetto al periodo 1961-1990, complice la riduzione dei giorni di pioggia, ondate di calore estive più intense e suoli sempre più inariditi, incapaci di trattenere l’acqua piovana.
A livello di Unione europea, la Commissione ha adottato il 4 giugno 2025 la prima Strategia europea per la resilienza idrica, che comprende infrastrutture verdi per la ritenzione dell’acqua, e propone un Piano europeo di adattamento climatico atteso entro il 2026. Diciannove regioni europee, guidate dall’Emilia Romagna, hanno inoltre lanciato un’alleanza per la resilienza idrica. Restano però criticità: le politiche dipendono quasi solo da entrate comunali e fondi europei, e solo una città su due in Europa ha una voce di bilancio dedicata a questi interventi.
In Italia il quadro è più frammentato. Bologna è stata la prima città italiana a dotarsi di un Piano di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, avviato nel 2012 con il progetto europeo LIFE BlueAp. Il progetto più ambizioso resta però quello di Milano: CAP realizzerà 90 opere di drenaggio urbano sostenibile in 32 Comuni, per 50 milioni di euro di fondi PNRR, portando mezzo milione di metri quadrati di superfici drenanti, oltre duemila alberi e trentaduemila arbusti.
Manca però, a livello nazionale, uno standard tecnico condiviso: secondo un’analisi di Greenreport, i progetti italiani restano per lo più esperienze pilota isolate, senza una normativa organica che le colleghi tra loro.
La Teoria dei Giochi
Le città spugna sono un investimento a lungo termine, che richiede un esborso iniziale in cambio di benessere e sicurezza futuri. Gli impianti tradizionali, da soli, senza adeguate strutture verdi, non sono in grado di affrontare il clima che ci aspetta e a soddisfare la cittadinanza: lo dimostra il caso di Copenaghen, dove la valutazione economica della città ha mostrato che puntare solo sulle fognature tradizionali produrrebbe un beneficio sociale negativo, mentre la soluzione combinata comporta un risparmio.
Per un ente pubblico, le città spugna sono soprattutto un costo evitato domani, con effetti positivi diffusi sulla cittadinanza: meno danni economici da allagamenti ed eventi estremi, minori consumi elettrici per il raffrescamento (grazie all’attenuazione delle isole di calore urbane), più valore immobiliare e attrattività degli spazi pubblici rigenerati, migliore qualità dell’aria e maggiore biodiversità urbana e, in prospettiva, anche maggiore produttività: città e comuni più vivibili e meno esposti a interruzioni per emergenze climatiche funzionano meglio per chi ci vive e ci lavora.
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